Barella parla in campo, anche in Nazionale: lezione di umiltà continua

Nicolò Barella Olanda-Italia

L’affermazione di Nicolò Barella tra i migliori giocatori italiani di questa generazione continua imperterrita. Anche in Nazionale contro la Polonia, il numero 23 dell’Inter sforna una prestazione superlativa, condita dal contributo non indifferente alla produzione del 2-0 azzurro. Ecco perché il centrocampista continua a brillare, a prescindere dal contesto in cui si trova.

CARATTERE – Tra i molti riconoscimenti conseguiti da Nicolò Barella in carriera, ce n’è uno invisibile nei palmarès. Ossia, è stato il capitano più giovane nella storia del Cagliari, indossando la fascia a soli 20 anni. Un merito che molti tifosi dell’Inter si augurano di vedere presto realizzato anche in nerazzurro. Ma, rimanendo al presente, quel riconoscimento la dice molto lunga su una caratteristica che funge da minimo comune denominatore alle qualità di Barella: la straordinaria fiducia che nutre nei propri mezzi. Una self-confidence che non sfocia mai in tracotanza, al massimo in quella sfrontatezza fisiologica per chi ha 23 anni.

BASE DI PARTENZABarella sa perfettamente quali sono le sue qualità, in cosa deve migliorare, e in cosa non deve eccedere. E questo perché la fiducia in se stesso contiene un’altra sfumatura, la personalità. Infatti Barella si è preso l’Inter dopo un solo anno, diventando l’unico vero inamovibile nel centrocampo di Antonio Conte. Non a caso, con 750′ giocati da inizio stagione, è il nerazzurro più impiegato dopo Samir Handanovic. E questo secondo anno in nerazzurro sembra possa già diventare la stagione della definitiva svolta, con il numero 23 che sta uscendo prepotentemente dalla comfort zone della mediana.

UMILTÀ – Ma veniamo alla caratteristica forse più sottovalutata di Barella, ossia la sua umiltà. Il sardo preferisce accumulare chilometri in campo che parole fuori: poche interviste, ancor meno proclami. È perfettamente consapevole che solo con il duro e costante lavoro potrà continuare a crescere, lottando su ogni pallone come fosse decisivo per poter poi uscire dal campo a testa alta. Per certi versi, un’umiltà che alcuni compagni più illustri (in primis Christian Eriksen) sembrano aver perduto. Ed è risaputo quanto Conte sia sensibile anche (se non soprattutto) a questi aspetti.

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