Mancini e la sindrome del primo della classe Leggi la notizia completa qui: http://ift.tt/1hCnUPc Gabriele Radaelli

mancini

Roberto Mancini è stato un campione indiscusso sul campo, un giocatore dotato di tecnica sopraffina e di virtuosismi incredibili che hanno deliziato soprattutto i tifosi della Sampdoria che lo hanno potuto ammirare per tanto tempo a Genova. E’ sempre stato un primo della classe, un personaggio fuori dal comune anche per quanto riguarda eleganza e stile. Ma forse questo è anche il suo limite attuale…

BRAVURA – Quando sei abituato ad essere bravo vedi tutto da una prospettiva privilegiata e diversa rispetto alla maggior parte delle persone. Capita soprattutto a scuola ma anche l’ambito lavorativo è pieno di “numeri uno” che occupano posizioni di vertice e di grande responsabilità. Il successo, dicono, si misura anche da questi particolari. Mancini ha fatto scuola da giocatore ed ora, nelle vesti di allenatore, si considera, a torto o ragione, un tecnico di notevole successo e carisma. La sua bravura è esaltata continuamente dagli organi di stampa che non perdono occasione per incensarne i meriti e le grandi doti di “manager” moderno del tecnico jesino.

CARISMA – Mancini era un giocatore dotato di talento enorme, un leader naturale in squadra, un esempio da seguire per tutti. Ora che siede in panchina la sensazione è che fatichi a trasmettere tutto il suo potenziale tecnico ai giocatori. Si può discutere sulle qualità di questi ultimi, sulla loro propensione al sacrificio ma un dato di fatto è sotto gli occhi di tutti: la “sindrome del primo della classe” si sta impossessando del Mancini allenatore. Pretendere giocatori in quantità industriale, sottolineare continuamente i meriti nell’aver convinto questo campione o quell’altro a venire nel proprio team, puntare i piedi con la società di turno mandando in campo formazioni “provocatorie”…tutto questo denota una grande considerazione del proprio “io” tipica di chi è abituato a primeggiare. Il carisma, però, è un’altra cosa…

IDEA DI GIOCO – Il limite di Mancini potrebbe proprio essere questo: essere troppo convinto della bontà delle proprie idee di gioco…da non riuscire, però, a trasmetterne il contenuto ai giocatori. Nel calcio moderno i tempi si sono accorciati, non puoi fare esperimenti per troppo tempo o cercare troppo a lungo la bussola del tuo gioco. Principi base e idee di gioco semplici, facilmente replicabili, sono i fondamentali per vincere, soprattutto nella nostra serie A. Mancini rischia di restare “prigioniero” del suo sogno calcistico, della sua eleganza, della sua visione troppo “alta” del concetto di squadra e di risultato. I giocatori non riescono a mettere in pratica tutto questo insieme di conoscenze e si genera solo confusione.

SUGGERIMENTONon è facile dare suggerimenti a Mancini. Ha dalla sua l’esperienza e la conoscenza necessarie per navigare in acque agitate e tempestose, ci mancherebbe. Potrebbe essergli d’aiuto una maggior semplicità di approccio verso i giocatori e i dirigenti. Riuscire a farsi capire e creare empatia, avere un gruppo pronto a lottare per il proprio allenatore e per la squadra, creare un’unità di intenti plasmando lo spirito dei giocatori. Un signore portoghese originario di Setubal ci è riuscito all’Inter qualche anno fa e si sentiva anche lui un “primo della classe”. Ma i fatti parlavano, e continuano a farlo, per lui!

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