Roberto Mancini, nella chiacchierata con il “Corriere della Sera” in edicola oggi, ha parlato anche del delicato ruolo dell’allenatore. Personaggio lasciato sempre da solo e apprezzato solo in caso di vittoria
ALLENATORE – «Non penso che avrò una lunga carriera in panchina come Trapattoni. Questo è un mestiere davvero stressante e, in più, l’allenatore è un uomo solo, solissimo. Siamo in tanti solamente quando vinciamo ma chi fa questo mestiere lo sa benissimo. La cosa che mi dispiace di più? Mettere qualcuno in panchina. Sono stato giocatore e so bene quanto possa dispiacere non giocare. Sento sulla pelle il dispiacere che provano loro. Non cambierà mai per me. I miei maestri? Boskov ed Eriksson, ancora attuali».
NAZIONALE – «Conte ha fatto bene con una generazione priva di veri campioni. La qualificazione non era scontata, avete visto l’Olanda? Se mi dovesse arrivare una chiamata per guidare la Nazionale sarebbe un onore anche se il lavoro giornaliero è più bello», prosegue Mancini.
DIFFERENZE – «La mia prima Inter era già ricca di giocatori bravi che dovevano solo esprimere un grande potenziale. Questa è costruita da zero. Sappiamo che per le nostre casse sarebbe fondamentale arrivare in Champions, tocco legno all’inglese se penso che non ci si arrivi».
VITTORIA – «Vincere ora è la missione più difficile della mia carriera. Sono deciso, però, a provarci!», conclude Mancini.
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