Gary Medel, il cileno che si è preso l’Inter (e gli interisti) Leggi la notizia completa qui: http://ift.tt/1XLSOEs Viviana Campiti

Gary Medel festeggia con i compagni il gol decisivo realizzato in Inter-Roma del 31 ottobre 2015.

L’Inter di Mancini, reduce dal prezioso successo interno contro la favoritissima Roma, si piazza momentaneamente al primo posto in classifica insieme alla Fiorentina di Sousa. La critica rivolta alla squadra nerazzurra, tanto per cambiare, è sempre la stessa: concreta ma brutta. A dare man forte alla tesi di opinionisti, giornalisti e commentatori sportivi arriva anche il primo gol in maglia nerazzurra di quello che potrebbe esser definito il simbolo di questa Inter molto pratica e poco bella: Gary Medel.

PITBULLGary Medel arriva all’Inter nell’estate del 2014, su richiesta di Walter Mazzarri. Il mediano cileno giocava in Premier League, nel modesto Cardiff City, ma aveva fatto parlare di sé per le ottime prestazioni messe in mostra con la maglia della sua Nazionale al Mondiale tenutosi in Brasile. Si fa chiamare Pitbull, e presto tutti ne capiscono il motivo. Medel al Mondiale impressiona per impegno, intensità, grinta e sacrificio. Ciò che succede negli ottavi di finale, partita che vede il Cile giocarsela proprio contro i verdeoro padroni di casa, è emblematico del suo modo di essere. Il Pitbull gioca con uno strappo alla coscia di ben otto millimetri, un infortunio che avrebbe fermato chiunque. Ma non lui. Resiste fino ai tempi supplementari, quando lo staff medico deve praticamente costringerlo a lasciare il campo. Piange Gary, non per il dolore alla coscia ma perché sta lasciando il suo Cile a battagliare in campo senza di lui. La Roja capitola solo ai rigori, dopo aver sfiorato l’impresa con un tiro di Pinilla che si schianta sulla traversa. L’Esercito cileno decide di premiare lo spirito patriottico messo in mostra da Medel, omaggiandolo con una targa simbolica. Un riconoscimento non da poco per un combattente nato come lui.

INCOMPRESO – Quando il centrocampista cileno arriva in Italia molti non sanno cosa aspettarsi, probabilmente perché non lo avevano nemmeno seguito al Mondiale. Che non avesse i piedi di Iniesta era abbastanza chiaro, ma troppe persone fanno fatica a capirlo. O forse semplicemente non vogliono capire. Colpa anche dei suoi allenatori, Mazzarri prima e Mancini poi, che troppo spesso gli affidano le chiavi del centrocampo e quindi anche il compito di impostare la manovra. Sbagliatissimo, Medel non ha le caratteristiche adatte per poter svolgere determinate mansioni. Il suo compito è quello di ″far legna″ in mezzo al campo, di recuperare palloni e aiutare la difesa a bloccare le azioni avversarie. Insomma, un ″medianaccio″ vecchio stile. Ma dopo le prime prestazioni serpeggia il malumore tra i tifosi, anche a causa di un’Inter poco brillante che sicuramente non aiuta a mantenere la calma.

PILASTRO – Fatto sta che il Pitbull continua a collezionare presenze in mezzo al campo, nonostante qualcuno pensasse che il cambio della guardia in panchina avrebbe messo in pericolo il suo posto: ″A Mancini non piacciono i mediani come lui″, dicevano; ″Lo metterà in panchina, o peggio ancora sul mercato″, dicevano ancora. Niente di tutto ciò, il Mancio non lo mette mai in discussione ma anzi lo considera un pilastro fondamentale della sua Inter: «Amo Medel per quello che mette in campo. Se avessimo tutti Medel con quel cuore grande vinceremmo ogni partita. Magari facciamo 24 Medel e un Messi». Il cileno vince in patria la Copa América 2015 e torna a Milano rinvigorito. Oggi è fondamentale per la squadra nerazzurra, sia a livello mentale che caratteriale. Aiuta gli equilibri della squadra, all’occorrenza può fare anche il centrale di difesa e trasmette fiducia grinta e coraggio. Logico che Roberto Mancini non si privi mai di un giocatore utile come lui, e finalmente anche i tifosi più scettici lo hanno accettato.

HUEVOS – La partita tra Inter e Roma è stata preceduta proprio da una bella intervista che Medel ha rilasciato alla ″Gazzetta dello Sport″, in cui parla a cuore aperto della sua vita. L’infanzia trascorsa nei difficili barrios cileni alle porte di Santiago, che lo hanno forgiato e aiutato a diventare quello che è. L’importanza della sua famiglia, che gli ha impedito di prendere cattive strade. L’incidente in macchina, che lo ha reso più forte e consapevole. L’ex Cardiff e Siviglia parla anche della sua capacità di giocare in diverse zone del campo: «Bisogna applicarsi. E crederci. Magari faccio anche degli errori, ma nessuno al mondo potrà mai rimproverarmi di non aver dato tutto quello che ho. Perché questo succede ad ogni partita». Come dargli torto. Alla domanda su come si batte la Roma, il Pitbull dà una risposta inequivocabile che lo rappresenta in tutto e per tutto: «Testa, cuore e palle». Anzi, ha detto huevos. In spagnolo. Perché il suo italiano è ancora da 4 in pagella, ma c’è sempre tempo per migliorare.

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