Alcuni sostengono che il confine fra genio e follia sia molto sottile. Allo stesso modo, si può affermare che la discriminante fra un allenatore di successo e un “onesto mestierante” della panchina sia sovente molto labile. Le formazioni scelte da Roberto Mancini, soprattutto in questi ultimi mesi, rappresentano perfettamente questo assioma
INTERPRETI E RUOLI – Ieri sera, alla lettura delle formazioni, molti tifosi hanno osservato con stupore e perplessità lo schieramento in campo dei giocatori interisti. Una reazione ormai abituale, alla luce delle scelte operate in questo scorcio di campionato dal tecnico nerazzurro. Mancini ha deciso di affrontare il Cagliari con la difesa a tre, modulo prediletto da Walter Mazzarri che molti appassionati considerano inadatta alle caratteristiche della squadra interista. Il paradosso è che il Mancio non si è limitato alla difesa a tre, ma ha scelto per essa degli interpreti inediti. Tolto infatti Juan Jesus, centrale di ruolo, Nagatomo e D’Ambrosio, entrambi terzini, si sono trovati a operare in una zona del campo e in una posizione assolutamente nuova. Eppure, con buona pace di noi tifosi tutti “allenatori mancati”, anche questa volta ha avuto ragione Mancini.
Se Nagatomo si è applicato al compito con una caparbietà tipicamente giapponese, riuscendo infine a fornire una prova di buon livello, D’Ambrosio ha rappresentato una vera sorpresa, tanto da essere indicato come possibile alternativa ai centrali per il futuro. L’impegno che ogni giocatore dimostra, ogni volta che viene chiamato in causa, magari in un ruolo non completamente aderente alle proprie caratteristiche e alle proprie abitudini – pensiamo a Ljajic, il quale preferirebbe giostrare come rifinitore dietro le punte, ma che corre su e giù per la fascia, trasformandosi alle volte in un risoluto terzino – illustra la fiducia che il gruppo ha nel suo allenatore. E le decisioni di quest’ultimo non rappresentano un semplice atto di forza da “Sergente di ferro”, bensì un monito a ricordare che il bene del gruppo è un valore superiore al benessere del singolo.
Mancini, a inizio anno, aveva chiesto “Un’Inter camaleontica, capace di cambiare modulo e schieramento anche a partita in corso, in grado di sorprendere sempre l’avversario“. Per ottenerla, è necessario che ogni interprete si adatti e sappia sacrificarsi in nome della squadra. Ciò vediamo ora, non è probabilmente ancora l’Inter che ha in mente il Mister, ma è qualcosa che, piano piano, le si sta avvicinando. Questo è avvenuto anche grazie ai continui solleciti da parte del tecnico, seguite dalle risposte positive fornite dai suoi uomini. I quali hanno compreso che, come ripeteva Camillo Prampolini, “Uniti siamo tutto, divisi siamo niente“.
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