Lo ammetto: forse non sono un amante modello, che non deve dare una seconda chance in seguito a un tradimento se troppo doloroso. Pertanto non sono neanche un tifoso modello, ma il ritorno a Milano – per l’Inter e non da calciatore – di Ronaldo non riesce a lasciarmi indifferente
PIANGERE DI CALCIO NON FA PER ME – Ci sono tifosi che esprimono l’amore per la propria squadra attraverso le lacrime, di gioia o di dolore. C’è chi lo manifesta attraverso la polemica, sempre a difesa di un ideale di tifo e di passione che spesso porta solo litigi, anche perché il tifoso accanito è troppe volte colui che fa dell’uso dei paraocchi il proprio pane quotidiano. Oppure, per restare in tema culinario, le fette di prosciutto dovrebbero finire nello stomaco e non sugli occhi, ma spesso non è così quando si parla di calcio. Ci sono tifosi che piangono dopo una sconfitta, altri dopo una vittoria, ma c’è anche chi riesce a sorridere in entrambi i casi, vuoi per gioia vuoi per reazione inversa dopo l’accumulo di tensione, nervosismo e delusione. Poi ci sono io, che riesco a gioire e a soffrire per l’Inter in silenzio – o magari solo scrivendo – perché esternare sia gioia sia sofferenza non è il mio forte, figuriamoci in un ambito particolarmente immorale come quello calcistico di oggi. Non ho pianto il 22 maggio 2010 per la vittoria in finale di Champions League contro il Bayern Monaco, ma ero felice. Felicissimo. Non avrei pianto neanche il 21 maggio 1997 per la sconfitta in finale di Coppa UEFA contro lo Schalke 04 – di cui non ho ricordi precisi -, ma sarei stato triste. Tristissimo, perché non sopporto aver perso neanche il Trofeo Pirelli del 1999 contro il Real Madrid o del 2005 contro l’Udinese, per non parlare di altre partite e competizioni ben più importanti. Non mi piace piangere per l’Inter, ma in due occasioni è successo.
LA PRIMA VOLTA, 12.04.2000 – La prima volta la ricordo come se fosse ieri: fu un trauma. E’ il 12 aprile 2000, giorno di Lazio-Inter, finale d’andata della Coppa Italia d’annata. L’Inter di Marcello Lippi affronta la Lazio di Sven-Goran Eriksson, in mattinata curiosamente citato in conferenza da Roberto Mancini, che in quell’occasione fa staffetta con Dejan Stankovic. In quella Lazio ci sono anche Marco Ballotta, Sinisa Mihajlovic, Matias Almedyda, Diego Pablo Simeone, Juan Sebastian Veron e Sergio Conçeiçao – tanto per ricordare nomi vicini, prima o dopo, all’Inter -, ma non mi interessa minimamente. Perché quella sera non mi interessa minimamente neanche dell’Inter, che perde 2-1 dopo il vantaggio iniziale. Non mi interessa davvero (il risultato), senza offesa per Javier Zanetti e compagni. Quella Lazio-Inter del 12 aprile 2000 inizia e finisce nel giro di pochi minuti: al 58′ esce Adrian Mutu ed entra Ronaldo, dopo circa cinque mesi di stop che sembravano un’eternità. Circa cinque mesi come circa cinque minuti, quelli necessari per il nuovo crack: Ronaldo è a terra dopo aver tentato – per la seconda volta – un doppio passo dei suoi. Ma il ginocchio di Ronaldo, in quell’occasione, cede prima di incontrare Fernando Couto. Ronaldo esce dal campo in lacrime. E io con lui. So di non essere l’unico, già in campo e in tribuna il pianto e il terrore è negli occhi di molti protagonisti e non: è l’effetto Ronaldo che si respira a cavallo tra gli anni ’90 e 2000.
LA SECONDA VOLTA, 05.05.2002 – La seconda volta, invece, preferirei dimenticarla, perché lì il trauma fu di diversa entità. Dopo giorni, settimane, mesi, anni trascorsi – come tanti – ad aspettare il ritorno in campo di Ronaldo, quando finalmente arriva, non sembra neanche vero. Però è un Ronaldo con il contagocce, che non può bastare a chi ha sete di certe giocate. I lampi di classe non mancano, ovvio, ma si sente il bisogno di continuità e di rivederlo portare a spasso tutte le difese e i difensori avversari, senza distinzioni tra l’Alessandro Nesta di turno e il Guerino Gottardi trovatosi per caso al suo cospetto. Trascorrono altri mesi, poi arriva finalmente il momento della verità: è il 5 maggio 2002. A distanza di circa due anni dal primo trauma, l’Inter si ripresenta allo Stadio “Olimpico” di Roma. Adesso è il turno di Hector Raul Cuper e Alberto Zaccheroni in panchina, le squadre a tratti sono stravolte, ma i protagonisti in fin dei conti sono gli stessi. Inutile ripercorrere tutta la partita: sappiamo che è finita 4-2, sappiamo cos’è successo nelle settimane (anni?) precedenti, sappiamo che alla fine è la Juventus a gioire per lo scudetto. Anche in questo caso, tutto non va come dovrebbe andare: Ronaldo gioca finalmente dal primo minuto in un “tridente” pazzesco con Alvaro Recoba e Christian Vieri, ma la sua partita sottotono termina prima del 90′. E con quella, anche la sua avventura all’Inter. Al 78′ Ronaldo viene richiamato in panchina e al suo posto entra Mohamed Kallon. Ronaldo si siede in panchina e scoppia piangere. E io con lui. Anche in questo caso, il pianto è generale, ma a distanza di due anni il dramma personale di Ronaldo si trasforma nel dramma totale di un’intera tifoseria. Da questo momento cambia tutto e nulla sarà più uguale.
BENTORNATO FENOMENO, IL CALCIO – Sembra strano come l’amore per un calciatore, che mai hai incontrato e probabilmente mai avrai il piacere di incontrare anche solo per una foto, un autografo o una battuta, possa condizionare così tanto la propria routine. Per imitare Ronaldo non era vergogna, in quegli anni, radersi i capelli a zero e presentarsi a scuola senza grembiule, ma indossando la maglia nerazzurra del Fenomeno. Eppure quel Ronaldo aveva questo potere o almeno lo aveva su di me. Ammetto anche questo: io sono uno di quegli italiani irriconoscenti, che a Francia ’98 tifava Brasile solo ed esclusivamente per Ronaldo, soffrendo (ma senza piangere) dopo la finale; e lo stesso ho fatto durante il Mondiale di Giappone e Corea del Sud ’02, dove alla fine abbiamo vinto. Ops. Sì, il Brasile di Ronaldo ha vinto. O meglio: Ronaldo ha vinto, il Brasile ha contribuito ai festeggiamenti. Poi è successo quel che è successo: l’addio affrettato in direzione Real Madrid; il ritorno a Milano, ma nella sponda rossonera; il gol nel derby con tanto di esultanza provocatoria e i tifosi del Milan esaltati e beffardi come non mai; i fischi, gli insulti, qualche parola di troppo. Adesso, però, fermiamoci un attimo: Ronaldo è tornato a Milano per l’Inter. Stasera andrà in scena Inter-Sampdoria e, dopo le tante critiche all’Inter dell’ultimo periodo, non roviniamoci (anche) questa festa. Tifosi interisti, omaggiamo Ronaldo come merita di essere omaggiato: più forte di Lionel Messi, più Ronaldo di Cristiano Ronaldo. Colui che ci ha fatto vincere la Coppa UEFA ’98 proprio contro la Lazio – ed è qui che si capisce quanto il destino può essere beffardo – e che ci avrebbe fatto vincere tutto, se non fosse stato frenato. Dagli infortuni. Dalla testa. Dall’arbitro Piero Ceccarini et simila. Perché il calcio negli anni si sarà anche evoluto, ma il Calcio per circa quindici anni ha avuto un solo nome, un solo padrone: Ronaldo. In tribuna ci sarà anche José Mourinho, ma il Fenomeno era, è e resterà sempre Ronaldo. Luiz Nazario de Lima. Bentornato a casa, Fenomeno. E chissà se per colpa tua piangerò di nuovo, stasera.
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