Il giornalista e tifoso dell’Inter Michele Dalai si è espresso sulla questione del ritorno di Ronaldo al Meazza nel suo spazio per “Calciomercato.com”: la sua opinione è che il brasiliano non sia mai stato una vera bandiera dell’Inter ma soltanto un professionista che ha fatto il suo lavoro, accettando nel 2007 l’offerta del Milan.
RITORNO – “Ronaldo torna a San Siro e decide di vestire i panni del grande ex, della bandiera nerazzurra. Ronaldo è fatto così, è un ragazzo allegro, pensa che basti uno dei suoi giganteschi sorrisi a cambiare la storia e se non succede pazienza, fa spallucce e va avanti per la sua strada. Una strada piena di trionfi e costellata di denaro, armadietti svuotati di notte e stagioni complicate (da calciatore). Ci ha provato Ronaldo a dare una spolverata alla parabola del figliol prodigo interista. Quale migliore occasione, avrà pensato? Massimo Moratti allo stadio, José Mourinho allo stadio e una squadra più malata che non convalescente da aiutare. Nell’ammucchiata di affetti, amori e sospiri pensava di cavarsela anche lui. E invece no”.
IL PASSATO NON SI DIMENTICA – “Ronaldo ha giocato all’Inter una delle più incredibili annate della sua incredibile carriera. 1997/98, avversari storditi a suon di finte e accelerazioni, valanghe di gol, sogni di gloria e felicità, l’amarezza di quel disgraziato epilogo e lo schianto contro il fianco di Iuliano, poi la Coppa UEFA a Parigi e il balletto davanti a Marchegiani e Nesta. Quel Ronaldo avrebbe potuto chiedere qualsiasi cosa ai tifosi dell’Inter e l’avrebbe ottenuta, così come il ragazzo triste e smarrito dei due infortuni e quello coraggioso del rientro. Quei Ronaldo erano parte dell’Inter, erano l’Inter. Certo, la sua permanenza coincide con due dei più grandi lutti sportivi della storia nerazzurra, ma come fargliene una colpa? Lui che litiga con Héctor Cúper, lui che piange in panchina il 5 maggio, e poi finalmente lui che resta e si riscatta dopo aver ricevuto tutto quell’amore e conduce l’Inter alla vittoria. È andata così, è stato questo il seguito del film? No, l’ultima immagine cancelliamola. Ronaldo se n’è andato con una lunga, ma nemmeno troppa, supercazzola sulla sua incompatibilità con l’allenatore. Poi è tornato sì, ma con la maglia del Milan, ha segnato nel derby ed esultato nervoso, rifiutando i fischi”.
VALORI – “I calciatori amano nascondersi dietro lo schermo robusto del professionismo. Cambiano maglia per professionismo, non esultano per professionismo, esultano per professionismo, il professionismo è il tana libera tutti del calcio moderno. Legittimo, nessuno lo mette in dubbio. Solo che è difficile pensare o chiedere che i tifosi sposino questa forma di ipocrisia e la facciano loro, il calcio (finché ce lo permetteranno), è ancora fatto di passione, tifo irrazionale quanto lo è l’amore, fedeltà. Ronaldo ha fatto scelte intelligenti per la sua carriera, ne ha fatte di discutibili per l’immagine, ma di quelle risponde alla sua coscienza, e ha scelto di gettare via la sua fede nuziale nerazzurra senza alcun rispetto. Le conseguenze sono quei fischi e gli striscioni che lo hanno accolto a San Siro. Lui ha detto che capisce, che son cose comprensibili. Certo poi ha aggiunto che nel 2007 voleva tornare, che rivoleva l’Inter ma scelsero Adriano Leite Ribeiro. Certo, il ragazzo è astuto e prova a scaricare su Moratti la ferita del 2002, fa il broncetto e chiede come sia stato possibile preferirgli Cúper. Per fortuna è il primo a non credere a quello che dice e sarebbe bene lo capissero anche gli indignati che si stupiscono in questi giorni di come si possa trattare così una bandiera. Ronaldo non è una bandiera, è un professionista, come dice lui. La bandiera di se stesso, quella che sventola meglio”.
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