Milito è il 22: da Principe del Bernal a Re del Bernabeu Leggi la notizia completa qui: http://ift.tt/1TnxJ4Q Andrea Turano

Milito 22

Spesso nella vita di tutti i giorni si associa un numero a un oggetto. Un significato. Un ricordo. Qualsiasi cosa, basta che abbia un senso. I nani sono 7, i trentini 33, la paura fa 90. Nel caso di Diego Alberto Milito, è la storia della sua vita ad aver scelto il numero da associare: signori e signore – tifosi e non -, tutti in piedi per il 22. Il 22, non un 22

DALL’ARGENTINA ALL’EUROPA – Non tutti riescono a realizzare quanto tu sia stato grande, immenso. Da un parte ci sono gli amanti dell’estetica, quelli che vedono il bello solo nei nomi, nei numeri, nelle vittorie. Dall’altra parte ci sono gli invidiosi, quelli che negano fino alla morte anche la più veritiera delle realtà. Tu, Diego Alberto Milito, sei in mezzo. Sopra l’estetica, sotto l’invidia. In Argentina è facile essere ricordato come un fuoriclasse quando sai far gol, soprattutto se giochi nel Boca Juniors o nel River Plate. Tu no, hai scelto il Racing Club de Avellaneda per iniziare… e per finire, segnando. Perché tu sei (stato) umile nel calcio come nella vita. In Italia ormai spuntano fenomeni (almeno sui giornali e in TV…) dopo il primo gol seguito da esultanza e taglio di capelli all’ultimo grido, figuriamoci se giochi nella Juventus o nel Milan, che sanno più di tutti come far valorizzare un proprio talento. Tu, però, sei arrivato in Italia per vestire la maglia del Genoa in Serie B e lì sei tornato dopo l’esperienza spagnola. Ah, l’esperienza spagnola: in Spagna il tuo Real è stato il Saragozza, non quello di Madrid. Ed è anche inutile ricordare cosa hai combinato al povero Iker Casillas e a tutto il popolo merengues, per una sera, vestendo ovviamente la maglia numero 22 del Real Saragozza. Si trattava della magia del 22, ma era solo l’inizio e nessuno poteva pensare che, corsi e ricorsi storici, avrebbero portato Milito e il suo 22 sul tetto del Mondo: il Sylvester Stallone del calcio nato a Bernal, in provincia di Buones Aires, il 12 giugno 1979, a breve avrebbe conquistato tutti a suon di gol.

DAL GENOA ALL’INTER – Poi, come già detto, il ritorno in Italia. Il ritorno al Genoa. La maglia 22 del Grifone pronta per te. Solo per te, Milito. Il Genoa aveva finalmente riabbracciato il suo “Principe“, soprannome ereditato da Enzo Francescoli e mai più abbandonato. Quel Genoa che avevi dovuto lasciare nel 2005 dopo aver segnato 22 reti che sul campo sono state tradotte come “promozione in Serie A“, poi il Presidente Enrico Preziosi ha deciso di posticipare il tuo debutto nella massima serie italiana andando ben oltre la soglia della liceità. Sì, proprio così. Dal 2005 al 2008, tre anni d’esilio spagnolo, e quando sei tornato nessuno più ci credeva: 19 squadre a chiedersi chi fossi, solo i tifosi del Genoa erano in delirio per il tuo ritorno. Il ritorno di Milito. Sappiamo tutti com’è andata, sembra ieri. Dopo quattro mesi c’era la fila, ma a gennaio non hai abbandonato la nave del Grifone per sbarcare su altri equipaggi, nelle acque che portavano verso mete più ambite: lo scudetto in Italia, inoltre potevi perfino debuttare finalmente nell’Europa che conta e chissà come sarebbe andata… Ma Milito non tradisce, davvero. E non dimentica, soprattutto. Così hai terminato la stagione in Liguria, facendo più del dovuto. Solo in seguito hai detto sì all’offerta dell’Inter. E a Milano, senza dubbio, ha avuto inizio la fase più bella della tua vita da calciatore. Sei arrivato all’Inter a 30 anni appena compiuti, in punta di piedi. E in punta di piedi hai fatto la prima richiesta, forse l’unica: la maglia numero 22. Subito accontento. Paolo Orlandoni al cospetto di un giocatore e un uomo simile non ha potuto dire di no, regredendo la sua numerazione al 21 appena lasciato libero da Victor Obinna che, senza offesa, ha fatto bene a svuotare l’armadietto per Milito. Facile ricordare le date (5, 16 e 22 maggio 2010), facile ricordare i trofei (Coppa Italia, Scudetto e Champions League): come dimenticarli? In Serie A il primo Milito nerazzurro ha piazzato ben 22 reti, questi sono i dettagli che contano. La serata del “Bernabeu” la ricordano tutti, dai. Così come la vittoria del Mondiale per Club ad Abu Dhabi.

DA PRINCIPE A RE – Un carriera vissuta sotto il segno del 22, il tuo numero di maglia. Un numero anomalo che, in genere, si assegna al terzo portiere di una squadra, proprio come lo è stato Orlandoni fino al giorno del suo ritiro. E sì, forse sarebbe servito il terzo portiere in compagnia dei primi due per provare a fermare il tuo istinto da killer dell’area di rigore. E forse non ce l’avrebbero fatta neanche in tre, perché hai sempre piazzato il pallone laddove il portiere non sarebbe potuto arrivare: né il primo, né gli altri due. Piazzato con intelligenza, mica per casualità. In fondo al sacco, un sacco di gol: 75 reti in 171 partite giocate con l’Inter, oltre 250 in tutta la tua sottostimata carriera. Una carriera da fuoriclasse, anche se qualcuno prova a sminuirlo. Una carriera da fuoriclasse a cui non è stata data una chance quando l’avrebbe meritata (diciamo solo che l’Inter è arrivata in ritardo di cinque anni su di lui, non avendo avuto il coraggio di puntarci nel 2005 dopo averlo trattato), quindi ha dovuto lavorare più degli altri per ottenere quanto meritato. Una carriera da fuoriclasse a cui, ancora oggi, non tutti riescono a riconoscere i meriti e dare il giusto tributo. Una carriere da fuoriclasse, ma silenzioso. Ma alla fine, si sa, è la verità a vincere. E’ vero, nella tua amata Argentina erano solo le 17.30 di un banale 21 maggio 2016, ma è il fuso orario in questo caso a trovare la quadratura del cerchio: in Italia l’orologio puntava già le 22.30 e la partita tra il tuo Racing Avellaneda e il Temperley è terminata poco dopo mezzanotte, quando il calendario italiano era già fissato sul giorno X. E’ arrivato il 22 maggio 2016, una data non indifferente: sono passati sei anni dalla tua trasformazione ufficiale, adesso è arrivata la fine. Fine carriera? No, fine di una favola. Una favola fantastica. La favola del Principe del Bernal che, nella notte del 22 maggio 2010, è diventato il Re del Bernabeu. Per la prima volta. Per davvero. Per sempre. Con il 22 sulle spalle, nel cuore e nel destino. Grazie di tutto, Re.

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