La maglia dell’Inter è un onore, ma in troppi non l’hanno capito Leggi la notizia completa qui: http://ift.tt/2fj2VDO Ivan Vanoni

Miranda Perišić Icardi Sampdoria-Inter

Provare a scrivere un articolo dopo la partita contro il Southampton è parecchio complicato, specialmente a mente calda. Si rischia di essere banali, di ripetere cose già trite e ritrite, di cadere nel classico “tifo da tastiera”. Eppure è proprio questo il problema: dover ripetere sempre le stesse cose da anni, commentare sempre gli stessi errori, criticare sempre lo stesso atteggiamento della squadra. Perché in troppi non hanno ancora capito – e probabilmente non capiranno mai – cosa voglia dire indossare la maglia dell’Inter.

TROPPI COLPEVOLI – La capacità di sopportare e di passare momenti bui è una qualità presente nel DNA del tifoso nerazzurro fin dalla sua nascita. Tifare Inter significa essere abituati a figuracce epocali, intervallate da trionfi leggendari, per poi passare ad altre figuracce. Ma il tifoso interista pretende essenzialmente una cosa: rispetto. Perché se essere derisi dai tifosi di altre squadre è il gioco delle parti, quello che è inconcepibile è quando a remare contro la squadra sono i giocatori stessi. Parole pesanti, ma non dette a caso: atteggiamento in campo molle, giocatori senza voglia né grinta che si permettono anche di criticare il proprio allenatore in pubblico senza prendersi le proprie responsabilità. È innegabile che in molti abbiano fatto di tutto per cacciare Frank de Boer – basta riguardare la partita con la Sampdoria per capirlo -, così come fu a suo tempo anche per Mancini. Si possono passare ore a discutere della colpevolezza degli allenatori che nell’era post-Triplete si sono avvicendati sulla panchina nerazzurra, sui loro limiti tecnico-tattici, sulla loro capacità o meno di gestire lo spogliatoio, ma non può essere questo l’unico problema. E la partita con il Southampton – se ce ne fosse ancora bisogno – lo ha dimostrato nuovamente.

SERATA DA INCUBO – Il match era partito con il migliore degli auspici: via il colpevole de Boer, finalmente tutti i problemi sarebbero magicamente scomparsi. 3-0, anzi, 0-3 e tutti a casa. E per un attimo anche il tifoso più scettico ci è cascato: dopo 33 minuti il solito Icardi ha portato in vantaggio la squadra, cosa rara di questi tempi dal momento che in 15 partite – contando Serie A ed Europa League -, 10 volte la squadra ha dovuto rimontare da una situazione di svantaggio. E le speranze che il vento fosse cambiato sono aumentate ancora di più al 48′, quando Handanovic ha salvato il risultato parando un rigore inesistente regalato al Southampton. Segnali inequivocabili: squadra in vantaggio, rigore parato, un tempo intero senza subire gol. «Questa volta – devono aver pensato in società – ci abbiamo azzeccato: le cose sono cambiate veramente». E invece il primo campanello di allarme è arrivato solo 15 minuti dopo, al rientro dagli spogliatoi. Anche se parlare di “rientro” è una parola grossa. L’unico a essere sceso in campo con altre intenzioni oltre a fare presenza è stato Samir Handanovic, già decisivo dopo pochi secondi con una doppia parata. Da lì in poi, l’inferno. Ciò che ha trasformato la possibile sera del cambiamento in una serata da incubo.

ONORARE LA MAGLIA – È difficile puntare il dito contro i singoli in un momento del genere, anche perché è più facile individuare chi salvare piuttosto che chi non merita di indossare la maglia nerazzurra. La troppa mediocrità è sicuramente uno dei problemi della squadra, l’ennesima prestazione disastrosa di Nagatomo ne è la prova lampante. Giocatori come Ranocchia, D’Ambrosio e Felipe Melo, andiamo dicendolo da anni, devono essere ceduti al più presto. Ma se un errore tecnico può essere perdonato – e non è il caso del goffo e assurdo autogol del giapponese – ciò che non può essere tollerato è, come già detto anche in precedenza, l’atteggiamento dei giocatori schierati in campo. Soprattutto di chi si permette di bacchettare i compagni e di lamentarsi per il poco spazio in squadra, quando dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e scendere dal piedistallo. Ma si tratta anche dei vari Banega – che come mostrato anche a Genova con la Sampdoria è l’ombra del giocatore ammirato al Siviglia e con la nazionale argentina – dei Perisic e dei Miranda, a tratti fin troppo distratto. Questi sono solo alcuni degli esempi di calciatori da nazionale, dotati tatticamente e tecnicamente che in campo decidono di giocare solo quando ne hanno voglia, mostrando di conseguenza una discontinuità disarmante. E questo, in una squadra come l’Inter, è inconcepibile. Vincere è importante, certo, ma il calcio è fatto anche di sconfitte. Ciò che fa la differenza sono le modalità con cui queste arrivano e non si può accettare che la maglia non venga onorata sempre e comunque. A un interista potete chiedere di sopportare ogni cosa, ma non di doversi vergognare per la propria squadra.

QUALE SOLUZIONE? – Marcelino, Pioli, Hiddink, Simeone, Vecchi o il Padre Eterno. Fino a quando non ci sarà un senso di appartenenza alla maglia, fin quando lo spogliatoio non sarà unito per la causa Inter, non importa chi si siederà su quella maledetta panchina: i risultati saranno sempre gli stessi. E insieme agli stessi risultati si trascineranno anche gli stessi errori, gli stessi alibi, le stesse scelte sbagliate, lo stesso atteggiamento irritante. C’è anche da dire, però, che la colpa non è da riversare soltanto sui giocatori, ma anche sulla società troppo lasciva. Ecco perché l’esonero di de Boer è stata una delle scelte più sbagliate che si potessero fare: in questo modo si è dato l’ennesimo alibi a una squadra che, per le cifre tecniche, dovrebbe quantomeno giocarsela per il secondo posto. Se cambiare 8 allenatori in 6 anni non è mai servito a riportare l’Inter in Champions League, forse è il momento di prendere altre scelte. Ovviamente è facile parlare dal proprio divano, ma ciò che si comincia a percepire – da diverso tempo, ad essere sinceri – è che la società stia brancolando nel buio e non stia mostrando l’unità tanto millantata. Per il bene dell’Inter, della sua storia, e dei suoi tifosi è tempo che qualcuno si accorga della vera piaga che affligge la squadra e soprattutto che chiunque, dal padrone della società all’ultimo dei giardinieri, capisca cosa voglia dire indossare la maglia dell’Inter. Perché al momento, in troppi, non l’hanno ancora capito.

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