Lunghissima parte sull’Inter dell’editoriale di Fabrizio Biasin per “TuttoMercatoWeb”. Il giornalista del quotidiano “Libero” ha fornito la sua valutazione sull’ufficialità dell’ingresso del Suning Commerce Group nella società nerazzurra con il 68.55% delle quote.
CAMBIAMENTI – “L’Inter è ufficialmente passata al gruppo Suning di Zhang Jindong secondo le formule che tutti conoscete: l’imprenditore cinese acquista il 68,55% del club, Erick Thohir resta presidente con una quota significativa (31%), Massimo Moratti esce dal CDA dopo vent’anni di gestione appassionata. Il giorno delle firme è stato il giorno dei giudizi e delle previsioni su quel che hanno fatto e quel che faranno le tre parti coinvolte: il nuovo proprietario, il vecchio detentore della maggioranza, lo storico presidente. Partiamo da Moratti. Il giorno dell’addio può essere solo il giorno dei ringraziamenti; quelli di chi ha seguito da vicino gli alti e bassi del club nell’ultimo ventennio, ma anche quelli dei non-tifosi interisti che hanno misurato la passione e – banalmente – la quantità di denaro che un uomo e la sua famiglia hanno immesso a fondo perduto nel club. Paradossale il fatto che l’eccesso d’amore di Massimo Moratti per il club che fu di suo padre, sia stato anche la causa di una decisione responsabile quanto inevitabile presa tre anni fa: vendere prima che fosse troppo tardi, vendere per garantire continuità e grandezza. I meriti di Moratti superano di gran lunga le pecche (che pure ci sono state) e si possono pesare anche nel giorno dell’addio: «Lascio, ma so che l’Inter tornerà grande […] Ringrazio Thohir […] Resto col cuore vicino all’Inter e così sarà per sempre». Non una virgola fuori posto nelle ore in cui, probabilmente, ha dovuto lottare con un groppo in gola grosso così”.
GIUDIZIO – “Quindi Thohir. Attorno all’indonesiano si sono formate due correnti di pensiero. Quella di chi definisce la sua gestione fallimentare, l’altra promossa da coloro che valutano la sua gestione comunque proficua per se stesso ma anche per il mondo nerazzurro. Chi scrive avvalla la seconda corrente di pensiero. E quindi sì, è vero: Thohir aveva promesso risanamenti che non si sono concretizzati, qualificazioni Champions che non sono arrivate, piani quinquennali che sono stati interrotti, è il patron che ha contratto debiti con le banche, che ha personalmente immesso solo settantacinque milioni e addirittura si è dovuto inchinare alle reprimenda dell’UEFA. Tutto vero, ma è anche vero che: 1) non ha rilevato una società sana e l’ha portata al disfacimento, ha acquistato un club con un mucchio di problemi e in tre anni è riuscito ad aumentarne sensibilmente il valore (poco meno di settecentocinquanta milioni compresi i debiti). Dice lo scettico: ‘Eh, comodo, i cinesi strapagano’. Può darsi ma il dato di fatto è che lui ci è riuscito, il resto conta nulla. 2) Ha spostato il debito dal club alle banche? Sì, esatto, e questo – perdonate l’azzardo – è stato uno dei suoi più grandi meriti. Nell’ottica di un imprenditore che non ha mai promesso investimenti multimilionari a perdere, riuscire a farsi finanziare il debito da una delle più importanti banche al mondo è stata mossa saggia e nient’affatto scontata. L’alternativa gridata ad alta voce da chi predicava soluzioni più popolari era: ‘Mettesse i suoi di soldi, un bel duecento milioni a coprire il buco!’. Esattamente il modo migliore per proseguire sulla strada che ha portato l’Inter a creare la sua voragine. Invece no, Thohir (che in Italia è venuto per fare business e non certo per un innato amore nei confronti del calcio) ha preferito: 3) gestire il club come un’azienda, tagliando dipendenti e costi inutili. 4) Ha riorganizzato il club a livello dirigenziale affidando compiti e ruoli specifici. 5) Ha aumentato il valore della rosa spendendo quasi nulla e sfruttando le capacità dei dirigenti che ha scelto o responsabilizzato. 6) Infine, lucidamente consapevole di non avere alternative a una gestione parsimoniosa e strozzata da un buco in bilancio che solo la qualificazione alla Champions avrebbe in qualche modo aiutato a chiudere, ha scelto non la fuga, ma una nuova strategia: ‘Individuo uno che abbia maggiori possibilità rispetto alle mie, gli cedo la maggioranza e almeno nell’immediato resto in sella come presidente’. Ha trovato il sciur Suning, ha trattato in un tempo assai ristretto, ci ha guadagnato lui e – con tutti i condizionali e le cautele del caso – ha regalato sogni e speranze a tutti i tifosi dell’Inter. Ognuno ha il diritto di dire e pensare quel che vuole, ma in tutto questo, di fallimentare, il sottoscritto ci vede pochissimo”.
NUOVI ARRIVI – “Infine Mr Jindong, ovvero l’uomo che ha un sacco di palanche e si è già esposto promettendo mari e monti. Qui si va a sensazioni. La sensazione è che effettivamente il re dell’elettrodomestico cinese abbia tutta l’intenzione di spendere. Perché è buono e ama l’Inter fin da quando era piccino? Neanche per idea: semmai perché vuole fare affari a strafottere. ‘Ma come, non hai sempre detto che il calcio è solo una macchina a perdere?’. Sì, ma non nell’ottica di un imprenditore che ha l’ambizione di spendere X nel calcio per guadagnare X al quadrato sbarcando in Europa con i suoi prodotti. Potrebbe essere un clamoroso buco nell’acqua o l’illusione di un tizio che non ha capito cosa significhi investire nella pericolosissima Serie A, ma stiamo parlando pur sempre del tale che è partito da un negozio di condizionatori ed è diventato il 402° uomo più ricco al mondo. Ultima e più complicata questione: riuscirà l’Inter a fare gran mercato già nell’immediato? A domanda posta via sms ai soliti insider nerazzurri, abbiamo incassato la seguente risposta: ‘Difficilmente la situazione può cambiare in questa sessione, l’Inter ha firmato un accordo con l’UEFA. È come avere un’aragosta enorme sul tavolo e non poterla mangiare perché si ha il colesterolo alto…’. La sensazione è che il mercato regalerà ugualmente soddisfazioni, ma che Suning Commerce Group saggiamente voglia iniziare organizzando un piano di rientro dal debitone accumulato negli ultimi anni: davvero non male per il club che molti definivano prossimo al fallimento”.
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