L’ex difensore dell’Inter Cristian Chivu, ora opinionista per FOX Sports, ha rilasciato una lunga intervista al sito del quotidiano “Il Corriere della Sera”. Fra le varie cose ha parlato dei problemi attuali della società in cui è rimasto dal 2007 al 2014 e della guida tecnica attuale e futura.
TROPPA CONFUSIONE – «Noi avevamo la fortuna di avere una squadra unita tecnicamente, caratterialmente, mentalmente: insomma in sintonia. Poi il dopo-trionfo andava gestito meglio: troppi cambi e troppo in fretta non fanno mai bene. L’Inter non riesce a dare continuità a quel che fa. Arriva un nuovo allenatore in estate, poi ne arriva un altro che fa bene e poi qualcosa si rompe. Così non si va avanti. Solo colpa degli allenatori? No, non è possibile. Quando parlo di continuità intendo proprio questo. Le colpe non sono mai di un singolo. Certo bravura e carisma variano, ma le componenti vanno insieme e le colpe sono di tutti: allenatore, giocatori, società. Chi arriva da fuori non conosce l’Italia e il suo calcio. È difficile comprenderlo, serve tempo per tornare in alto. Le risorse sono importanti, ma i giocatori non bastano. Serve tranquillità, ma l’Inter è un grande club che deve vincere ed è difficile restare calmi. Si vuole tutto e subito: è impossibile. Cosa manca all’Inter per tornare in alto? Le vittorie. Solo quelle ti danno la consapevolezza di essere forte. La Juventus lo è, ce l’ha, l’ha acquisita e domina. Vince da sei anni, ma qualche stagione fa non era così forte. Ha insistito su un percorso, l’ha consolidato in Italia e in Europa. Non a tutti riesce però. È una stagione di transizione. La nuova proprietà credo abbia capito quel che manca sia a livello tecnico che societario».
SCELTA IN PANCHINA – «Cambiare Stefano Pioli? Non mi pare il caso di ripartire da zero. Come ho detto l’Inter ha bisogno di continuità. Poi però decide la società. Niente Champions League? È un’esclusione che fa tanto male anche perché è arrivata poco dopo la vittoria della coppa. Era finito un ciclo, evidentemente non sono state fatte le scelte migliori. Massimo Moratti ha vinto il triplete, poi ha dovuto fare delle scelte. Con la crisi faticava a mettere ancora tanti soldi in società, c’erano anche le sue aziende, i posti di lavoro da difendere, capisco che per lui cedere sia stata una sofferenza ma è stato giusto, anzi inevitabile. Un allenatore straniero nonostante l’esperienza di Frank de Boer? Sì, purché arrivi a giugno e non ad agosto, possa fare la preparazione, capire l’Italia e scegliere almeno in parte i giocatori. Ma credetemi, preparati come gli allenatori italiani non ce ne sono. Studiano tanto e anche una piccola squadra riesce a metterti in difficoltà. Lasciando fuori i soliti nomi (José Mourinho, Pep Guardiola, Carlo Ancelotti, Antonio Conte, Massimiliano Allegri) a me piacciono Mauricio Pochettino, Jorge Sampaoli, Diego Pablo Simeone ed Eusebio Di Francesco».
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