
Javier Zanetti – nella sua intervista a “Panorama” (QUI la prima parte) – spiega anche alcune differenza tra il ruolo che aveva in campo e quello che ha fuori, anche al di là dell’Inter
PUPI ZANETTI – La nuova vita di Javier Zanetti non cambia quello che è stato ed è l’ex capitano dell’Inter fuori dal campo. Di seguito la seconda e ultima parte dell’intervista a Zanetti realizzata da Giovanni Capuano per “Panorama“.
Eri un capitano che alzava la voce?
«Dipende dalla personalità di ciascuno. Ci sono tanti modi di essere leader e io lo sono stato preferendo i fatti alle parole».
E’ uguale anche adesso?
«Certo. Credo che la leadership non dipenda dall’alzare la voce ma dal riuscire a far arrivare il messaggio e questo può accadere anche parlando piano».
C’è qualcuno cui ti sei ispirato o al quale hai chiesto consigli nei primi mesi?
«Il percorso che sto facendo in un’università molto preparata mi sta aiutando moltissimo così come imparo dall’esperienza dei colleghi che mi sono vicini. La strada è simile a quella che ho fatto da calciatore, mettendomi alla prova passo dopo passo».
Qual è il tuo rapporto con giacca e cravatta? C’è chi non le sopporta…
«Mi sto abituando a lasciare il pantaloncino a casa e a sapere che indossarle fa parte adesso della mia divisa quotidiana».
Hai qualche rito da manager? Il caffè obbligatorio…
«No. Corro, mi alleno. Sempre e comunque».
Sei italiano d’adozione. Siamo davvero un Paese che non dà spazio ai giovani e tu in questa nuova dimensione lo sei?
«C’è spazio per chi vuole prenderselo. Se faccio un confronto con l’Argentina ti posso garantire che di spazio ce n’è molto».
Anche nello sport? La tua generazione sta provando a emergere…
«Le cose stanno cambiando ed è giusto così perché il mondo oggi impone di essere innovativi».
Tornando indietro di dieci anni, oggi sei nel posto che volevi allora?
«Tutte le cose che mi sono successe, nel bene e nel male, tutto il mio percorso è arrivato nel momento giusto per mettersi alla prova, attraversarlo, crescere e imparare. Sono felice della mia carriera da calciatore e spero un giorno di esserlo altrettanto di quella da dirigente».
L’esperienza con la tua fondazione Pupi (sostiene progetti per l’infanzia in Argentina, ndr) ti ha aiutato a costruirti una dimensione non solo legata al campo?
«Tantissimo ed è la mia vera, seconda, passione. Siamo cresciuti tantissimo nel tempo e oggi sono tante le aziende che si occupano del sociale. E’ una cosa doverosa perché è il tempo di impegnarsi ovunque».
State lavorando a qualche progetto particolare?
«Si chiama Mamamor e si occupa delle donne incinta. Lavoriamo sulla prima fase della vita di un bambino, dalla nascita ai tre anni, in cui ci siamo resi conto che tanti che arrivavano da noi avevano ritardi importanti e quindi cerchiamo di aiutarli da subito».
Tra dieci anni dove ti vedi?
«Spero ancora nella famiglia dell’Inter, con un’esperienza maggiore e avendo contribuito a successi come quelli del passato».
Fonte: Panorama – Giovanni Capuano
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