Zanetti: “Porto DNA Inter in dirigenza! Costretto da Thohir a studiare? No, ma…”

Javier Zanetti

Javier Zanetti – intervistato da “Panorama” – si racconta dimenticando per un attimo la carriera di calciatore e pensando esclusivamente a quella attuale dietro la scrivania, almeno in teoria, ovviamente sempre nella sua Inter

ZANETTI MANAGER – Deve parlare di leadership e strategie di business presso il “World Business Forum 2018”, non certo il pane quotidiano di Javier Zanetti fino a poco tempo fa, ma per l’Inter, da Vice-Presidente. questo è altro: E’ un onore”. Di seguito l’intervista a Zanetti realizzata da Giovanni Capuano per “Panorama.

Ti intimidisce?
E’ una bellissima opportunità per me e per la mia crescita

Come vuoi essere chiamato tra i mille soprannomi che ti hanno accompagnato nella tua carriera?
Nessuno mi chiama vice presidente, questa è la verità. Mi chiamano ancora Pupi o Capitano, però va bene così…

Quando capita, nelle occasioni ufficiali, che ti presentino come vice presidente?
Nessun problema, è il nuovo ruolo che ricopro e devo dire che è anche motivo d’orgoglio per me aver potuto continuare con l’Inter in una posizione così importante.

Tutti voi ex grandi atleti o calciatori ricordate perfettamente il giorno del vostro debutto o, ancora prima, del provino da bambini. Hai un ricordo del primo giorno in ufficio?
(Ride, ndr) Certo che me lo ricordo, anche perché una delle segretarie mi ha scattato una foto senza che io lo sapessi. E’ stato un momento importante perché iniziava un nuovo percorso e io ho cercato di farlo con la stessa passione di quando scendevo in campo.

Eri più spaventato o incuriosito?
Incuriosito certamente perché erano tutte cose nuove. Poi si cerca di imparare piano piano e si conoscono nuove persone. Ma la cosa che ho cercato e cerco di fare è rimanere sempre me stesso e trasmettere nel nuovo ruolo quella che è stata la mia esperienza quando ero calciatore.

E’ vero che Thohir, presidente e proprietario dell’Inter all’epoca, ti costrinse a studiare prima di avere un ruolo?
No.

Però l’hai fatto…
Che ci voglia un percorso di formazione è vero, ma cominciarlo è stata una mia iniziativa. Nessuno mi ha mandato a studiare. L’ho pensato e deciso io sei mesi prima del momento del ritiro, quando ho deciso che rientrando dall’ultimo infortunio (rottura del tendine d’Achille nell’aprile 2013, ndr) era arrivato il momento di chiudere con il calcio giocato.

Ti sei messo in gioco?
Ho approfittato di quei mesi per iscrivermi all’Università “Bocconi” per iniziare un percorso formativo in management dello sport per farmi trovare pronto alle nuove sfide che arriveranno.

C’è la consapevolezza di iniziare una nuova tappa della vita?
Intanto sai che comincia qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che hai fatto per venticinque anni, poi è giusto che ci si prepari conoscendo altre tematiche ed aree per essere pronto a quello cui vai incontro. Aver completato una carriera da calciatore lunga e vincente non significa che tutto sia dovuto. Per me è stato come ripartire da zero e ho scelto di affrontarla così.

Cosa hai portato della tua “prima” vita nella nuova dimensione da dirigente?
Avevo davanti un club con una proprietà straniera, ho cominciato col portarmi dietro valori e DNA dell’Inter. La competenza da sola non basta, contano anche valori e senso d’appartenenza di chi lavora dentro un club.

Un’azienda funziona in maniera molto diversa rispetto a uno spogliatoio?
La differenza è che c’è una squadra che scende in campo e una che lavora dietro. Molti concetti, però, sono simili: creare un gruppo solido in cui tutti abbiano spirito di squadra, che ci sia un leader credibile e una linea chiara da seguire verso un obiettivo condiviso.

Poi un calciatore ha un ritorno immediato, quasi settimanale, del suo risultato mentre un dirigente a volte deve aspettare anche mesi per capire se funziona o no. Ti sei dovuto abituare a questa nuova dimensione?

Sì, ma io sono convinto che nel calcio ci sia un relazione stretta tra come funziona la squadra che va in campo e il lavoro di quella che è fuori. E’ il percorso che stiamo facendo all’Inter con la valorizzazione del brand e l’incremento dei ricavi per poter poi creare un gruppo sempre più competitivo con l’obiettivo che il club sia sostenibile anche a prescindere dai risultati sportivi.

Ti senti già un leader anche fuori dal campo?
L’importante per me è restare quello che sono, trasmettere i valori che ho appreso in tanto tempo e aiutare a creare quella squadra che lavora al di fuori del campo di cui parlavamo prima. Cerco di mettere insieme tutte queste personalità per il bene del club.

Eri un capitano che alzava la voce?
Dipende dalla personalità di ciascuno. Ci sono tanti modi di essere leader e io lo sono stato preferendo i fatti alle parole.

E’ uguale anche adesso?
Certo. Credo che la leadership non dipenda dall’alzare la voce ma dal riuscire a far arrivare il messaggio e questo può accadere anche parlando piano.

C’è qualcuno cui ti sei ispirato o al quale hai chiesto consigli nei primi mesi?
Il percorso che sto facendo in un’università molto preparata mi sta aiutando moltissimo così come imparo dall’esperienza dei colleghi che mi sono vicini. La strada è simile a quella che ho fatto da calciatore, mettendomi alla prova passo dopo passo.

Qual è il tuo rapporto con giacca e cravatta? C’è chi non le sopporta…
Mi sto abituando a lasciare il pantaloncino a casa e a sapere che indossarle fa parte adesso della mia divisa quotidiana.

Hai qualche rito da manager? Il caffè obbligatorio…
No. Corro, mi alleno. Sempre e comunque.

Sei italiano d’adozione. Siamo davvero un Paese che non dà spazio ai giovani e tu in questa nuova dimensione lo sei?
C’è spazio per chi vuole prenderselo. Se faccio un confronto con l’Argentina ti posso garantire che di spazio ce n’è molto.

Anche nello sport? La tua generazione sta provando a emergere…
Le cose stanno cambiando ed è giusto così perché il mondo oggi impone di essere innovativi.

Tornando indietro di dieci anni, oggi sei nel posto che volevi allora?
Tutte le cose che mi sono successe, nel bene e nel male, tutto il mio percorso è arrivato nel momento giusto per mettersi alla prova, attraversarlo, crescere e imparare. Sono felice della mia carriera da calciatore e spero un giorno di esserlo altrettanto di quella da dirigente.

L’esperienza con la tua fondazione Pupi (sostiene progetti per l’infanzia in Argentina, ndr) ti ha aiutato a costruirti una dimensione non solo legata al campo?
Tantissimo ed è la mia vera, seconda, passione. Siamo cresciuti tantissimo nel tempo e oggi sono tante le aziende che si occupano del sociale. E’ una cosa doverosa perché è il tempo di impegnarsi ovunque.

State lavorando a qualche progetto particolare?
Si chiama Mamamor e si occupa delle donne incinta. Lavoriamo sulla prima fase della vita di un bambino, dalla nascita ai tre anni, in cui ci siamo resi conto che tanti che arrivavano da noi avevano ritardi importanti e quindi cerchiamo di aiutarli da subito.

Tra dieci anni dove ti vedi?
Spero ancora nella famiglia dell’Inter, con un’esperienza maggiore e avendo contribuito a successi come quelli del passato.

Fonte: Panorama – Giovanni Capuano

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